Editoriale di Alba Reina Duran, 15 febbraio 2018

Durante la sessione pomeridiana della conferenza nazionale dell’ADEM dello scorso 7 dicembre a Berna, si sono tenuti otto laboratori paralleli, tra cui quello intitolato: «Giovani rifugiati: violenze estreme, tabù sociale», condotto dalla Dott.ssa Saskia von Overbeck Ottino, psichiatra specializzata nell’ambito della migrazione.

Nel caso di minori e giovani migranti non accompagnati (MNA), il ruolo genitoriale si trova spesso alterato dall’esperienza dell’esilio. L’autorità delle famiglie lontane entra in competizione con il sistema legale locale che determina la sorte amministrativa di questi giovani e le loro condizioni di vita.
La risorsa linguistica risulta poco accessibile all’inizio del percorso migratorio e ciò impedisce che questi giovani parlino spontaneamente la lingua, o ancora che riescano a fare semplici discorsi generici. Il cambio di lingua e dei sistemi alfabetici costituiscono fonti di stress che rendono la distanza con elementi familiari la base sulla quale vengono a crearsi i tabù sociali, i quali a volte allentano i legami familiari e impediscono il vivere insieme.

Appena arrivato, l’individuo deve integrare nuovi codici sociali con i quali rischia di adottare una visione distorta del proprio passato, allo scopo di integrarsi. Questa sfida normativa può essere accompagnata da un «irrigidimento» dei valori o da uno sguardo estremista portato sugli eventi. In tal senso, i disegni dei bambini possono dare degli indizi su ciò che accade nella mente di questi giovani che spesso parlano poco e adottano dei meccanismi di difesa, causati dalla vergogna o dal sentimento di gratitudine verso la loro famiglia o il paese di accoglienza.

I fattori di rischio di disturbi psichici per queste persone in spostamento sono cresciuti, in ragione delle situazioni di violenze subite. L’esternalizzazione del vissuto traumatico dell’esilio si manifesta in genere sotto forma non verbale, spesso persino attraverso delle crisi isteriche legate a credenze magiche.
Eppure, se l’adulto è spesso disapprovato dai MNA, significa che esiste un problema con la figura di riferimento. Ciò spiega perché i partecipanti alla conferenza affermano, nelle loro raccomandazioni: «I bambini e i giovani migranti non accompagnati hanno il diritto, già dalla registrazione, di ricevere protezione ed assistenza regolari dal loro curatore» e «Un seguito adeguato deve dunque essere garantito anche dopo la maggior età».

Considerando la singolarità dei casi, il professionista deve lavorare in rete, instaurare dei legami e creare un legame, nonostante la disomogeneità dei diversi sistemi di valori, al fine di evitare la chiusura, il sabotaggio o addirittura la violenza da parte dei giovani, che emanano delle tensioni legate ai codici. Il professionista è chiamato a rimettere in questione il proprio sistema di valori, sapendo che è difficile restare neutri. Un ritorno alle culture d’origine e una presa in considerazione degli aspetti interni (della psiche della persona migrante) è tra l’altro necessario per capire e venire in aiuto alle persone migranti le più vulnerabili poiché i genitori degli MNA, benchè assenti fisicamente, continuano ad esercitare una certa autorità su di loro.

Bisognerebbe quindi tenere presente che in fondo, l’ingrediente essenziale alla motivazione è l’amore di sè e quello emanato dagli altri. L’integrazione nasce dall’altruismo, dalla voglia di andare verso e con l’altro. E questo altruismo è incarnato in primo luogo da professionisti responsabili e coscienti di ciò che ci unsice, a discapito delle barriere che possono essere la lingua o la situazione amministrativa dei bambini o giovani emigrati.

Foto: Copyright: @tdh

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